Da lineare a limitata. Ripensare la città balneare adriatica

Un estratto del mio articolo per Seascape, rivista scientifica internazionale di architettura e urbanistica costiera, che ragiona sulla necessità di ridisegnare le località turistiche costiere alla luce delle emergenze ambientali, sociali ed economiche. Il testo completo, in italiano e inglese, si trova sul numero 6 e può essere acquistato sul sito dell’editore Anteferma.


Nel 1969 l’architetto francese Guy Rottier elabora il progetto di una “cittadina per vacanze in cartone da bruciare dopo l’uso”. Le abitazioni sono concepite per durare tre mesi, costruite con materiali di recupero e con servizi in comune. L’idea, a metà tra provocazione e utopia, resta ovviamente sulla carta; ma dopo mezzo secolo le città per vacanze continuano a essere usate in via temporanea, seppure senza essere bruciate dopo l’uso.

Nell’epoca in cui Rottier disegna il suo progetto, il boom edilizio nelle località balneari è in pieno svolgimento sia in Francia che in Italia. «I nuovi utenti, ansiosi di evadere dalla vita di ogni giorno, aspiravano a trovare qualcosa di diverso dalla dimora tradizionale, spesso obsoleta, dove hanno trascorso undici mesi dell’anno», scrive l’architetto in L’architecture de loisirs. «Una casa di vacanza, abitata uno o due mesi all’anno, non è come una casa tradizionale. Non c’è ragione di investire tanto, sono quindi possibili molte nuove soluzioni».

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In Italia uno degli esempi più emblematici dell’urbanizzazione a uso e consumo turistico è in riviera romagnola. Dal secondo dopoguerra il turismo di massa invade i 90 chilometri di costa da Cattolica a Ravenna, incentivando una profonda trasformazione antropica che secondo l’urbanista Pier Luigi Cervellati «è stata una sciagura». Questo «non perché vi erano dei cattivi architetti o urbanisti, ma perché la costa romagnola dell’immediato dopoguerra è diventata una periferia, è stata cioè pianificata come una periferia di una città, saldando tra loro i piccoli e i grandi centri turistici senza soluzione di continuità». È la “città balneare lineare adriatica”, una megalopoli composta in gran parte da strutture ricettive e seconde case tutte diverse e identiche a sé stesse, che vanno a costruire uno stile e un’identità ben raffigurate dal fotografo Riccardo Fregoso nella sua opera-viaggio Adriatico. Un modello che da Rimini si espande prima al resto della riviera romagnola, poi a quella veneta a nord e marchigiana a sud, fino a colonizzare il Friuli e l’Abruzzo.

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Edificare senza pianificazione urbanistica per accogliere i desideri del turismo di massa è stata una scelta che ha risposto alla sensibilità dell’epoca, quella di risollevare l’economia di un paese distrutto dalla guerra. Una missione compiuta, ma che ha lasciato un’impronta indelebile. Mentre i turisti sono temporanei, il cemento è perenne e oggi non è più solo generatore di ricchezza, ma anche di problemi che compromettono l’ospitalità stessa dei luoghi costieri. Innalzamento del mare, subsidenza, ondate di calore e temporali estremi sono alcuni dei fenomeni accentuati dall’estesa cementificazione litoranea, che vedono il turismo nel duplice ruolo di vittima e carnefice. Provocando e al contempo subendo le conseguenze della crisi climatica, l’industria dell’ospitalità è costretta a ripensarsi oppure è destinata a scomparire.

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L’articolo continua sulla rivista cartacea Seascape n.6 >

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