Bello il mare, ma non per chi ci vive

Abitare sulla costa, il senso di precarietà durante le mareggiate, le case per vacanze da bruciare dopo l’uso e il rapporto simbiotico con l’acqua sui manifesti funebri. Essere privi di oppressioni ma anche dipendenti dall’orizzonte, vulnerabili e nudi. I rituali antichi quando la spiaggia era il limite del mondo conosciuto, la solitudine sana d’inverno e i sovraffollamenti d’estate che privano i residenti del proprio luogo. Storia, statistiche e pensieri intorno alla vita sul litorale, in un articolo per lo speciale “Casa” della rivista Lucy. Sulla cultura.


Agli esseri umani è sempre piaciuto abitare sul mare, ma non sempre per gli stessi motivi. In The Beach. The history of paradise on earth (Penguin 1998), Lena Lenček e Gideon Bosker ricostruiscono la storia del nostro rapporto coi litorali: nell’antichità la battigia rappresentava il limite del mondo conosciuto; si credeva che di là da essa vivessero divinità e creature mostruose come le sirene e i gorgoni, il Kraken e il Leviatano, Poseidone e Rán. La paura dell’ignoto non ha impedito alle prime civiltà di insediarsi lungo le coste, ma “ben prima di diventare una droga per le vacanze, la spiaggia era un luogo sacro, un terreno di prova per la spiritualità e la sopravvivenza umane”, affermano i due autori.

Gli antichi scandinavi vi praticavano rituali che abbiamo ereditato fino a oggi con i falò per il solstizio d’estate, una pratica comune in molte parti d’Europa, soprattutto al nord, dove la notte di San Giovanni è una delle feste più popolari. Di questa tradizione, e in generale del senso dell’abitare sul mare, racconta Dorthe Nors in Una linea nel mondo (Iperborea 2025), un suggestivo viaggio lungo la costa ovest della Danimarca. La scrittrice è originaria di quel versante della penisola, ma come tanti suoi connazionali si è trasferita a est. “Era lì che si trovavano le grandi città, e dunque anche i centri di studio. Era lì che emigrava chi voleva ‘diventare qualcuno’”, spiega. Ma la nostalgia del suo luogo natio non la abbandona mai e un giorno, sdraiata sul pavimento della sua stanza in un condominio di Copenaghen, mentre ascolta in cuffia i rumori ambientali di un’isola nordica, decide di tornarvi.

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